Un buon Chianti è il prodotto del territorio e di una cultura del vino” mi dice Antonio Nardi-Dei da Filicaja, anche se, come precisa, ci sono molti Chianti; il suo è un Chianti da meditazione, ammorbidito rispetto alla scontrosità toscana con la scelta di un uva matura e che si accompagna ad una convivialità particolare, non da tutti giorni.

Anche per Veronica Passerin d’Entreves della Fattoria Dianella un buon Chianti è frutto del territorio, senza correzioni. Il suo però è un vino bevibile nell’anno, passato in acciaio e non in legno, fresco, tanto da abbinarsi anche con il pesce: un piccolo piacere per tutte le occasioni insomma, come testimonia anche il design della loro bottiglia formato mignon.

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Il Chianti della Fattoria le Sorgenti è, anch’esso, fresco e beverino; può essere da tavola ma anche da wine bar, perché come mi dice Elisabetta Ferrari “la gente dovrebbe imparare a fare attenzione ai propri gusti e non a quello che il mercato o la moda decidono per loro”. “Essere quello che siamo” insomma; me lo dicono anche quelli del Podere Tognetti, una famiglia che da otto generazioni produce vino Chianti, con un sangiovese passato in botte, senza molti altri interventi.

Un vino da tutti i giorni è anche quello della Treggiaia, un Chianti che si beve da solo, non francesizzato, ma che rispecchia il territorio in cui è prodotto: il Valdarno. Il Chianti della Tenuta Moriano di Montespertoli è altrettanto beverino ma costruito anche utilizzando blend con cabernet e merlot. Ci sono insomma diversi modi realizzare un Chianti di pronta beva; quello che è certo è che la convivialità è un elemento essenziale (e a Montespertoli, dove si organizza la Festa del Vino, ne sanno qualcosa).

Dove c’è un buon vino, ci sono buoni uomini, mi dice Riccardo Tamburini della Tenuta Isola Verde; da ciò deriva, per sillogismo aristotelico e se è vero quel che mi hanno detto gli altri, che un buon territorio produce buoni uomini (che poi lo diceva un po’ anche Montesquieu ne “Lo spirito delle leggi”).

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Di territorio mi parla ancora Irene Sanesi, della Fattoria Valacchi, per la quale un buon Chianti è frutto più precisamente del terroir (con un’aurea francese che ritorna anche nei blend dei vini della fattoria!), ovvero del connubio di suolo, viti, clima e lavoro dell’uomo.

La vicinanza del mare e dell’acqua è sicuramente un fattore di forte caratterizzazione del territorio e, di conseguenza, del vino che vi viene prodotto. Di questo mi parla per esempio Sergio Gargari della Pieve de’ Pitti – che si trova a Terricciola in provincia di Pisa – e che produce un Chianti in cui riecheggiano le sensazioni apportate dal mare e dalla presenza di fossili. La presenza del mare e dell’Arno ritorna anche nei vini della Fattoria Bini, che si trova tra Empoli e Vinci: questa influenza rende il loro Chianti fresco e fruttato, come conseguenza di una mitigazione naturale, dunque, ma anche di un blend a base di merlot che questa apertura esalta.