“Un buon Chianti si lavora in vigna, l’importante è non “sciuparlo” in cantina”. Così mi apostrofano da Mannucci-Droandi. Il loro è un vino bio, versatile, che racconta anche la storia di un progetto in divenire, ovvero quello di una cooperativa appena nata che aiuterà le persone a recuperare se stesse attraverso il lavoro e la produzione del vino.

Chianti biologico è anche quello prodotto dalle fattorie Traiana, Salaceta e Campo di Monte, tre amici che fanno vino nel Valdarno a pochi chilometri di distanza. Ettore Ciancico mi parla con passione del loro Chianti, prodotto in un territorio di particolare mineralità (prima era un lago) e che non fa legno ma acciaio e che cerca di posizionarsi un po’ a metà, tra la convivialità da tavola e quella da wine bar.

Sempre nel filone bio ed anzi anche vegan, si inserisce il Podere Volpaio di Vinci: la loro attenzione inizia nella vigna e prosegue in cantina. Il Chianti che producono è fatto con vitigni autoctoni e ultracentenari, con uva raccolta ad una giusta maturazione; la parte più importante è lì, poi il vino continua la sua evoluzione.

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Un’attenzione particolare all’ambiente è fondamentale, mi dice anche Elena de Le Fonti di San Giorgio a Montespertoli: le api, gli animali, il lago vicino alla loro vigna, i tartufi che crescono nei pressi, tutto contribuisce all’aroma del vino!

 

Spostandoci verso San Miniato incontriamo l’azienda di Pietro Beconcini e la Fattoria Campigiana. “Il Chianti è Chianti e basta” mi dice il primo, e “non trasformiamo il Chianti in qualcosa che non è” aggiungono i secondi. Immediatezza e tradizione, insomma, sono per loro fondamentali: si può ammorbidire il Chianti sì, ma rispettandone lo spettro aromatico e “lavorando il Sangiovese verso il frutto”, mi dice il sig. Beconcini.

 

Della necessità di aprire il Chianti mi parlano anche alla Fattoria di Fiano, luogo in cui il territorio rende il vino fianesco, un po’ austero, duro, rustico. E’ nel processo di vinificazione che si compie questa azione di apertura, anche se tutto parte dal taglio e dalla comprensione della capacità di evoluzione dell’uva.

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Di diverso avviso invece è Paolo Martinelli della Tenuta La Gigliola che produce vino – lui è un enologo ndr – sulle colline più dolci del mondo. Per loro un buon Chianti non è solo legato al territorio ma anche, se così si può dire, alla qualità del tempo. Il loro vino cambia ogni anno, a seconda di quello che e di come la vigna produce. La vinificazione insomma segue ed esalta quello che il territorio produce: anche questa è una forma di naturalezza!