Come si racconta un buon Chianti? Noi del consorzio lo abbiamo chiesto a tre giornalisti che abbiamo incontrato a Vintaly. Dopo tre giorni di Fiera capisci subito che il Chianti, come ogni prodotto dell’uomo, è soprattutto un’idea. I latini dicevano in vino veritas, ma parlando con produttori ed intenditori emergono opinioni e visioni diverse. Anche molto diverse.

D’altronde sempre i latini, da buoni democristani, dicevano anche De gustibus non est disputandum. E voi, cosa ne pensate?


Bartolomeo Roberto Lepori   romano, giornalista e sommelier

Bisogna che vai in giro per le colline del Chianti, che conosci le persone, che hai un rapporto con le persone più anziane.

Vai dentro la cantina ma vai anche in vigna, vai con loro a potare le viti, vedi quando le viti cominciano a piangere, vedi la gemma.

Poi vai a curarle e a legarle, partecipi ai giorni di siccità così come ai giorni di pioggia, vai a sfrondare le foglie, fai la raccolta e piangi con loro quando la raccolta non la puoi fare perché è arrivata grandine.

Vai a scegliere i grappoli migliori, stai in cantina, partecipi a tutti i giorni di fermentazione, stai lì a rimontare il mosto per i giorni che servono [per il Chianti] e poi lo curi giorno per giorno.

Lo assaggi. Il Chianti non si beve dopo i ventiquattro mesi o dopo i trentasei mesi; il Chianti si beve dopo dieci anni. Prima dei dieci anni il Chianti è un vino, dopo i dieci anni diventa Chianti.

E allora puoi raccontarlo.


Leonardo Romanelli   fiorentino, giornalista, sommelier e gastronomo

Il Chianti, raccontarlo, è un’esperienza interessante da parte di chi scrive, perché è un territorio vario, molto variegato e soprattuto legato ad un’elemento storico. Quindi, chi scrive, si rende conto che deve studiare un po’ di storia, deve studiare un po’ di geografia..

Più che altro deve apprezzare quello che è il concetto di un vino immediato, fresco, giovane: caratteristiche che nel corso degli anni, come le mode, tornano sempre a essere le principali.

Credo che sia interessante notare come le cose valide non passano mai di moda, anzi. Oggi siamo di fronte ad un vino che rispecchia quella che è l’esigenza del pubblico medio: voglia di freschezza, voglia di piacevolezza.

Insomma, che dire.. si tratta di un nome che ha una tradizione oramai veramente da decenni radicata non solo nel nostro paese ma anche nel mondo.

D’altronde, se Chianti è la parola più conosciuta al di fuori dell’Italia  – dopo amore – , un motivo ci sarà.


Tarsia Trevisan   friulana doc, giornalista

Intanto assaggiare le annate più vecchie e le annate un po’ più recenti, per capire la capacità di evoluzione del vino.

E poi facendosi un po’ trasportare dalle storie dei produttori. Io sono molto devota a cosa c’è dietro l’etichetta, non solo a cosa c’è dentro la bottiglia ma a qual’è la storia che ha portato il produttore a produrre un Chianti in quel modo, a fare quel Chianti così.

E poi non dimentichiamo assolutamente l’abbinamento col cibo: se un Chianti regge ai prodotti del territorio e li esalta, secondo me è un ottimo Chianti.