La due giorni a Expo Milano 2015 inizia alla grandissima con la fila oceanica all’ingresso, che in realtà scorre meglio del previsto. Ci siamo. Siamo dentro. La prima impressione è quella di trovarsi in un grande, immenso lunapark, la seconda è prendere coscienza che avremo bisogno più di ogni altra cosa, di un paio di scarpe comode. Sì, perché una volta catapultati all’interno dell’Esposizione Universale che tra tante (forse troppe) polemiche, ci accompagnerà fino al 31 ottobre 2015, l’intenzione è di non lasciare tempo al tempo. Due giorni sono la durata minima di un soggiorno a Expo: non si può vedere tutto, ma bastano a farsi un’idea, a raccogliere emozioni e impressioni. In questo breve “diario” proverò a trasmettere le sensazioni rimaste una volta tornata a casa.

Al di là della sua potenza mediatica, è la vista, il colpo d’occhio iniziale a lasciare senza fiato il visitatore che per la prima volta arriva ad Expo. Fa impressione lo spazio. Una grande pagina bianca in cui le idee degli architetti si rincorrono senza freni. Un raduno di archistar, padiglioni davvero belli e altri così così. Più il Paese è famoso, più c’è coda, più l’architetto è famoso, più aspettative si hanno sul padiglione. La differenza tra il “fuori” e il “dentro” si impone in tutta la sua evidenza: il più delle volte l’allestimento degli spazi interni lascia una sensazione di quasi e di non-finito, se paragonato alla magnificenza della struttura esterna.
Questo non è certo un buon motivo per mollare: e allora via alla conquista del padiglione successivo, fila dopo fila fino all’agognato ingresso: dalla Spagna agli Emirati Arabi in meno di due ore, giusto i tempi tecnici. Una cosa va detta: a Expo il tempo vola, e una padiglione val bene una coda. Dunque il nostro viaggio prosegue, carichi di fiducia, sperando che nel prossimo Paese visitato ci sia più possibilità di interagire. Non è così, ma pazienza: c’è comunque così tanto e tanto bello da fare e da vedere che non ci perdiamo d’animo. Siamo fortunati anche con il clima: non troppo caldo, non un filo di pioggia, un leggero vento: bella comunque l’idea degli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano – lungo 1500 metri- : proteggono dalla pioggia e forse hanno permesso che i visitatori di luglio e agosto non stramazzassero al suolo.



L’Expo ha almeno due anime: una classica e una contemporanea, la prima tutta citazioni e rimandi culturali, l’altra visionaria e proiettata al futuro. Facciamo un esempio: l’Albero della Vita. Icona dell’evento, svetta con la sua sommità, una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo nel progetto dell piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra un futuristico palo della cuccagna. Ma col buio inizia la magia: indossa l’abito di gala, le luci si accendono, scoppi, brividi, e tutti assistono a questo spettacolo come a teatro: passato e futuro insieme. L’emozione più forte è stata l’ingresso nel Padiglione Zero, forse perché è la prima cosa che ti trovi davanti entrando a Expo: Divinus Halitus Terrae, c’è scritto. E già qui, si apre un mondo: in una frase si ripercorre la nostra storia, la storia del genere umano, dall’inizio a oggi. Un’archivio della memoria, centinaia di cassetti aperti e chiusi: fa pensare a una enorme biblioteca, quando poi ti trovi circondato da monitor che trasmettono senza sosta dati, informazioni in formato digitale, video. Filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini: Sicilia o Azerbaijan, cambiano i volti ma non fa differenza: nei gesti c’è la stessa fatica, la stessa sacralità . Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa.


Non è stata una gara a chi ne vede di più: ogni Padiglione va vissuto un po’, gli va dedicato il giusto tempo. Se li conto, anche il numero testimonia un buon impegno: i ricordi più vivi sono quelli lasciati dai Paesi asiatici, ma anche da Austria, Svizzera e Regno Unito, bravi nel trattare temi complessi in modo semplice. L’Austria ha ricreato un vero e proprio bosco con tanto di microclima e atmosfera quieta da alta montagna, il Regno Unito molto evocativo nel suo riferimento alla vita e al lavoro nell’alveare, il clou in Svizzera, che mostra in modo concreto che cosa succede quando le risorse vengono esaurite senza considerare il futuro. Il visitatore può servirsi a volontà di sale, acqua, caffè e anelli di mela presenti nelle quattro torri. Nessuno è ostacolato dall’accaparrarsi cibo. Ma se le scorte terminano, non vengono rabboccate e non resta che attendere cosa resterà per gli ultimi visitatori dell’Expo: sostenibilità, spreco e distribuzione equa delle risorse sono trattate con sottile senso estetico, un bello spunto di riflessione.


Ecuador, Emirati Arabi, Marocco, Quatar, Nepal, Angola, Belgio, Polonia, Francia, Slovenia, altri che non sto neanche a elencare: non so quanti chilometri ho fatto in due giorni, non li ho contati. Una cosa è certa: ne è valsa la pena. E poi, il Padiglione del Vino, una visita attraverso i cinque sensi: a metà tra sogno e storia, si entra e la prima sensazione è quella di perdere la cognizione dello spazio e del tempo. La Domus Vinii è tutta marmi, affreschi, mosaici, film e video, evocative sale dedicate ai colori del vino italiano: un percorso nel senso del bere vino dalle antiche civiltà del Mediterraneo, passando per il rinascimento e il barocco, fino alle libere interpretazioni degli artisti ed i designers novecenteschi e contemporanei.


Ma andare a Expo può definirsi viaggio? Non saprei, forse tecnicamente no, ma di certo rappresenta un’opportunità unica e per giunta “in casa” per scoprire qualcosa in più sul nostro Pianeta. Altra impressione: sono andata a Expo pronta al peggio e non l’ho trovato. Il paragone con il mega parco giochi ci sta. Insomma esco più contenta di quando sono entrata. Ho trovato buone maniere, e sorrisi, servizi igienici decenti. Ci si può fermare a riposare e guardare senza dover consumare: impensabile per per Milano, e invece…Ho immaginato il lavoro massacrante per costruire e quello di ogni notte per le pulizie, i rifornimenti e tutto il resto. Ho visto gente che aveva voglia di vedere, mangiare, ma anche di sapere. Tantissimi ragazzi delle scuole, dalle elementari ai licei, tutti con telefonino e voglia di confrontarsi con la tecnologia. Nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud, scaricando l’app dell’Expo, si catturano immagini di cibo proiettate su un cono di luce… Insomma una specie di “ritorno al futuro”. E alla fine ho pensato che Expo è la semina di un raccolto che verrà. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un’immagine, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia. E chiederà, si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno. Speriamo molti.



